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Grazie Lapo!

Lapo Elkann ti ringraziamo a nome di tutti i cittadini italiani, e in particolare torinesi, per averci ricordato

– che i soldi non danno la felicità, ma soprattutto la furbizia.

– che è un bel problema quando ti piace il cazzo ma proprio non ti liberi del fascino delle tette.

– che noi persone normali, facendo le dovute proporzioni, il giorno che non avremo i soldi per un caffè, potremmo sempre fingere un rapimento.

– che Torino è cresciuta sotto l’ala protettrice di una grande famiglia di industriali ma che ora può camminare a buon diritto con le proprie gambe. E soprattutto a testa alta. Non ci serve più il loro “esempio”.

– che non basta essere figli, anzi nipoti, di grande persone per essere grandi persone.

– che quando sentiremo qualcuno dire “mi sono fatto da solo” magari sarà il caso di pensare che si è solo fatto di coca nel cesso di un bar.

– che ci va stile. Puoi portare l’orologio sul polsino, se sei Giovanni Agnelli. Puoi portare addirittura le mutande sui pantaloni, se sei Superman. Ma non puoi vestirti da coglione se sei un coglione.

– che per quanto potremmo fare figure di merda mondiali qualcuno ha comunque fatto di peggio.

– che oramai, fortunatamente, i beni della famiglia Agnelli sono per l’80% all’estero. E quindi grazie di essere venuti, ma soprattutto grazie per esservene andati.

Per tutto questo grazie di cuore. Ovviamente attendiamo fiduciosi nuove, mirabolanti, strepitose figure di merda. Almeno a livello galattico visto che quello planetario l’hai già raggiunto

Alex

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Grazie Lapo!

 

 

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8 euro al chilo

IMG-20150530-WA0008Ore 13,  metropolitana di Torino, tra le stazioni Spezia e Racconigi. Due ragazze sui trenta brune e carine, sedute davanti a me,   sghignazzano guardando  foto da un cellulare.

-“Questa  l’ abbiamo  postata l’altra notte su un sito…Io e  il tipo  che frequento ora; sai, a  lui piace espormi…  è stato lui  ad insistere. Uno in rete  mi ha offerto 500 euro per una scopxta”.

-“ E ci vai?”

-“Ma no figurati, era così per gioco…non lo farei mai . Però  500 è tanto, mica per tutte!”

Sorride, è contenta; forse, in fondo, sta valutando sul serio l’offerta.

” E te credo!”, penso io, che 500 euro  col mio lavoro impiegatizio li guadagno in… lasciamo stare va, che tristezza!

Mi incuriosirebbe  sapere se l’ aspirante escort sia più orgogliosa del fatto che il ragazzo la esponga come merce rara  su un sito di prostitute, o  sia  compiaciuta  per l’alta valutazione ricevuta.

“Ma che te frega!” mi risponde  il mio unico neurone ancora funzionante, Gege per gli amici,  incagliato nella suadente fantasia di un rosa biglietto da 500 nelle mie mutandine.

Poi però Gege ha un moto di ribellione ( è un neurone  solitario ma tosto), e mi frega avviando in background il programma “massaia” che scatena un semplice calcolo: la brunetta in questione, prezzata 500 euro all’asta, peserà cira 60 Kg, che tradotto, significa poco più di 8 euro al chilo. Come la carne di pollo. D’allevamento. Meno del maiale.

D’improvviso quei 500 euro non mi sembrano più così tanti e  Gege, solitario ma saggio, mi suggerisce che, in fondo, c’è ben poco di cui felicitarsi per quella che non è altro che un’ avvilente valutazione da macelleria.

Meli

Ma se Gesù nascesse oggi a Torino?

Perché a Torino? Perché se sei oggi nasci a Betlemme in territorio palestinese, e sei ebreo, sono veramente cazzi e vivere 33 anni è un’utopia. Quindi rischierebbe di dover risorgere almeno un paio di volte per arrivare alla maggiore età. Inutile dire che i re Magi finirebbero dritti dritti nella striscia di Gaza, per aver seguito un missile israeliano al posto della cometa. E allora facciamolo nascere a Torino, che magari si riprende anche le lenzuola che gli hanno sottratto 2000 anni fa.

Sarebbe figlio di extracomunitari, perché solo più loro fanno figli, e nascerebbe il 25 dicembre in un luogo desolato, freddo, senza confort e in decadenza  Quindi sicuramente al Villaggio Olimpico. Facile immaginare i titoli de LA STAMPA nei giorni successivi:

  •  “Gesù, l’ultimo regalo delle olimpiadi”
    E’ già stato soprannominato Il Cristo del Villaggio. Si tratta del bambino venuto alla luce…
  • “I Re Magi tentano di sfondare le porte della Mole coi cammelli”
    “Scusate abbiamo visto la stella sulla punta”. Così hanno dichiarato ai poliziotti i tre Re Magi…
  • “I Re Magi derubati in zona Lingotto”.
    Gli è stato sottratto non solo l’oro, ma anche l’incenso e la mirra. E’ la triste vicenda che ha avuto come protagonisti i tre re Magi…
  • “Fassino: al via la riqualificazione del villaggio olimpico”.
    “Abbiamo lasciato intenzionalmente il Villaggio Olimpico in uno stato di decadenza per aspettare la sua venuta”. Queste le prima parole del sindaco Fassino…

Abiterebbe in corso Casale. Davanti all’ex zoo. Quella zona è sempre un casino per il traffico, ma se puoi attraversare a piedi il Po, dove cazzo vuoi e senza usare i ponti, in un attimo sei in Piazza Vittorio. E poi se arrivi da Giancarlo camminando sulle acque, almeno  una birra offerta non te la leva nessuno.

Il battesimo di Gesù avverrebbe davanti ai murazzi, nelle acque del Po. A celebrarlo Marchionne (oramai fa tutto lui). Una bellissima scena d’altri tempi, leptospirosi a parte. I primi battezzati dopo Gesù: due spacciatori di zona e un ciclista che passava lì per caso.

I miracoli. Tema delicato, dovrebbe andarci coi piedi di piombo. Pensiamo a Gesù al ristorante con gli amici. Il vino finisce e lui “Portatemi 50 brocche d’acqua”. Sim Sala Bim….le trasforma tutte in Barolo del ‘97 (n.d.r. ottima annata, visto che devi fare il miracolo tanto vale farlo bene). Tutti contenti? Col cazzo!

Il ristoratore – comunque me lo pagate perché lo avete bevuto qui!
Il procuratore Guariniello – abbiamo aperto un’inchiesta per sospetta sofisticazione alimentare
I produttori di vino – Se non è stato prodotto con uve del vitigno Nebbiolo non può essere chiamato Barolo!
Giacobbo a Voyager – Chi è l’uomo che trasforma l’acqua in vino? E’ stato mandato dagli alieni? Dall’acqua si può fare solo il Barolo o anche un vino bianco?

– Invece di Lazzaro farebbe risorgere il sindaco Fassino. Anche se, col fatto che si sta decomponendo da anni, non so se sia effettivamente possibile.

Esisterebbe una pagina FB “Gesù di Torino (ufficiale)” con slogan tipo “Clicca mi piace se ci credi” o “chi non clicca, pecca”. Ci sarebbero i video dei miracoli, le parabole e una marea di selfie (che poi risultano comodi per i santini). Ma esisterebbero in giro anche un’enormità di video truffa palesemente esagerati. “Gesù realizza il ponte sullo stretto….condividi sulla tua bacheca per visualizzare” clicchi e ti becchi un virus. ”Gesù fa ricrescere i capelli a Berlusconi” clicchi e ti becchi la sifilide.

Verrebbe sicuramente sfidato da Dynamo e David Copperfield. E rischierebbe di perdere.

– Vista che la probabilità di finire in croce in Italia è abbastanza remota probabilmente morirebbe di vecchiaia, dopo aver aspettato invano la pensione. Ovviamente tre giorni prima di Pasqua. Magari dopo essersi sposato più volte e aver avuto parecchi figli; giusto per alleviare la vita dei futuri cristiani separati. Se prima di sposarsi convivesse pure un po’ sarebbe perfetto.
Dopo la morte si farebbe cremare. Perché? Ma sai che impatto mediatico risorgere sotto forma di nuvola di cenere che si sposta tipo tornado?! Come nel film “La mummia”.
Divertente. Ma mai come l’idea che da quel momento in poi tutti i cristiani, invece di un crocifisso al collo, andrebbero in giro cosparsi di cenere. Come i boscimani.
Ma soprattutto, come sarebbe una messa? Mucchione di cenere alto due metri in mezzo alla chiesa, arriva il prete e:
nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo. Soffiamo tutti insieme…FFSSSSHHHHHHHHHHHHHHH

Alex

Gesu

Gesù mentre va da Giancarlo. Sull sfondo il ponte della Gran Madre.

Il torinese, pendolare, che lavora a Milano

– E’ a suo agio come lo sarebbe un gatto sulla barca di Soldini durante la traversata del Pacifico.

– Convive con la sua vita lavorativa esattamente come si convive con la cervicale.

– Non va al lavoro…viene deportato.

– Al mattino si alza talmente presto che il gallo dorme ancora. Lo sveglia ed esce di casa. In giro solo lui, zoccole e panettieri.

– Si chiede come facciano i milanesi a suonare il clacson simultaneamente all’accensione della luce verde del semaforo. Sa quasi di inganno. A Torino siamo già veloci….ma così è impossibile..

– Sente in cuor suo che Piazza Duomo è solo e soltanto una fermata della metro.

– Quando vede i navigli dice “Belli”. Ma mente perché  pensa “I Murazzi erano un’altra cosa”

– Resta basito davanti alla mappa della metropolitana perché non si capacita che esistano città che hanno più di una linea di metropolitana. Ma alla fine dice  “quella di Torino, però, è più bella e non ha il conducente”. Poi pensa: “ma avesse il conducente forse avremmo un posto di lavoro in più a Torino”.

– Prima resta perplesso e poi si intristisce nel vedere nei bar i tavolini da uno.

– Si chiede perché tutti attorno a lui, errando, dicano “figa” invece di “cazzo”

–  Non ha mai visto, e non intende vedere Biandrate, Bollate, Linate, Gallarate e Segrate perché ha l’intima convinzione che tutti i posti che finiscono per “ate” siano orribili. E non sbaglia

– D’improvviso diventa fiero di essere torinese e sciorina a caso nozioni storiche  tipo “Torino è stata la prima capitale d’Italia”.  Non disdegna di vantarsi della presenza della sindone anche se non gliene è mai fregato nulla di vederla.

– Ha ben chiaro nella sua testa che il progresso non è andare a lavorare a 150 chilometri di distanza a 300km/h ma lavorare sotto casa e andarci a piedi. Solo che non riesce a implementare nella sua vita questa ovvia certezza.

– Si chiede se veramente possa essere un caso che in piemontese “mi la no” voglia dire “io là no”.

– Giunto a casa (tardi) si collega a Feisbuck e scrive sulla sua bacheca: “La cosa più bella di Milano è il treno per Torino”. E ha ragione.

Alex

frecciarossa

Il Frecciarossa in arrivo a Porta Susa

F.I.A.T. = Fanculo . Io . Abito . a Torino

Anni 80, Torino.

Centro? No, Mirafiori.

Nord? No, sud.

Zona popolare, operaia, grandi spazi aperti, pochi servizi. Zona non sempre facile. Se hai 9 anni ed esci con la bicicletta nuova non è per niente detto che ci torni a casa con la bicicletta nuova. E tanto meno con quella vecchia. E legarla al palo? Ci devi arrivare….al palo.

E per il resto? FIAT.

FIAT in fondo a Corso Traiano, in fondo a Via Onorato Vigliani, intorno a Corso Settembrini, di fianco a Corso Tazzoli, lungo Corso Orbassano, ln corso Marconi, al Lingotto. Ma cazzo ovunque? Si ovunque. Torino è ostaggio della FIAT e Mirafiori Sud è la pistola puntata alla testa. Drammatico? No: tutti i torinesi soffrono della sindrome di Stoccolma, quella per cui le vittime si innamorano dei carnefici. E li difendono.

FIAT a scuola. Tu sei l’unico figlio di genitori piemontesi, i quali oltretutto non lavorano alla FIAT. Due inevitabili conseguenze: sviluppi una spiccata abilità nella comprensione di tutti, e dico tutti, i dialetti meridionali d’Italia (che ti tornerà molto utile nella vita) e sei anche l’unico bimbo che a Natale non riceve i regali della FIAT ai figli dei dipendenti. Passi che non hai avuto  il Lego, passi che non hai avuto la Polaroid ma l’orologio al quarzo è una ferita aperta ancora adesso che hai 40 anni compiuti. Ah si, a 6 anni conosci esattamente il significato delle parole “cassa integrazione”.Non riguardano direttamente la tua famiglia, ma tuo padre ha dovuto spiegartele, perché quando hai chiesto al tuo compagno di banco che lavoro fa suo papà ti ha risposto “E’ in cassa integrazione”. Nel 1983 la tua classe si riempie di gomme per cancellare, con sopra scritto: “è comodosa” o “è risparmiosa” o “è scattosa” o “è sciccosa”. Perchè? Perchè è nata la Fiat Uno.

FIAT per strada. Primo agosto 1980. Trentacinque gradi e l’asfalto che fa le bolle. I parcheggi davanti a Mirafiori brulicano di FIAT 127,128,131 e 132 tirate a lucido, coi bagagli caricati sul tetto e il nylon sulle valigie. Lampadario a gocce attaccato allo specchietto e coccinella magnetica sul cruscotto. Le mogli aspettano che i mariti finiscano di lavorare per andare giù a fare le ferie dai parenti. Giù dove? Giù. Hanno una manciata di figli in braccio e altri accatastati sui sedili. In mano una teglia di pasta per il viaggio. Le altre sono sparse nella macchina in mezzo ai bambini. Le macchine partono in blocco, tutte insieme,Torino-Reggio Calabria casello-casello. Come nel Gran Premio di Montecarlo è impossibile superare, quindi l’ordine di arrivo rispecchia fedelmente quello di partenza. Il viaggio è lungo, la Salerno-Reggio Calabria ancora deve essere costruita. Ieri come oggi. La città è vuota e regna il nulla fino al primo settembre.

FIAT al volante. Quando sei nato i tuoi avevano una 500, ma hanno dovuto comprare una 850 azzurra perché era più spaziosa. Ricordi la 127 verde, poi la 127 blu, poi la Ritmo blu con ben 5 marce e infine la Uno Bianca, quella su cui hai preso la patente. Nel 1993 viene lanciata la Punto. E per festeggiare l’evento vengono fatti i fuochi d’artificio più belli che tu abbia mai visto. A confronto quelli di San Giovanni sembrano fatti coi cerini. Quei fuochi sono talmente belli che..che…ti convinci e a 20 anni la Fiat Punto te la compri pure tu. Verde metallizzata, bellissima.

FIAT come lavoro. Nel 2000 ti laurei e  indovina dove vai a lavorare? No, non alla FIAT. Un po’ perché non lo vuoi tu, un po’ perché col passare del tempo la sindrome di Stoccolma forse passa, un po’ perché la FIAT offre sempre meno opportunità ma l’unione tra te e mamma FIAT non viene consumata. Sembravi predestinato, ma così predestinato che forse ti sei rotto i coglioni. E quando nel 2014 la FIAT da Torino se ne va, resti un po’ spaesato come tutti i torinesi, che pensano “E adesso?”.

E adesso è ora di reinventare una città e soprattutto un modo di essere. E’ ora di guardarsi attorno e non dire solo più “Torino è bella” ma anche di crederci per davvero. E quando mi diranno “vivi nella ex città dell’automobile” risponderò “Fanculo io abito a Torino”. Ma come sarà Torino? Rubo un’idea di mamma FIAT e azzardo: sciccosa, scattosa, risparmiosa e comodosa. Forse.

Alex

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Il buco nero al centro della campagna (by Mammaimpreparata)

Da qualche tempo, dopo svariati anni di vita nella grande città, mi capita di vivere in un’amena località all’incrocio tra biellese, vercellese e canavese. E’ un paesino fornito di tutti i confort minimi richiesti: posta, farmacia, succursale asl, scuole dell’obbligo di ogni ordine e grado.. il buon vicinato funziona talmente bene che se arrivi all’asl senza impegnativa l’impiegata telefona al tuo medico e se la fa portare dal primo paziente che passa di lì tornando a casa. Il tutto condito da un contorno di campi, boschetti e laghetti. E poi essendo in Piemonte sei comunque in mezzo a tutto, puoi spaziare dal Barolo alla Salsiccia di Bra mentre scendi dal Monterosa Sky.

Insomma, un piccolo georgico paradiso. Scordatevi il traffico urbano Primasecondaterzasecondaprima, scordatevi l’isteria da clacson al semaforo e la guerriglia contro il SUV. Qui al massimo puoi imprecare se il vicino ha parcheggiato davanti a casa tua anziché davanti al proprio cancello.

Certo. Scordatevi anche il concertino jazz in centro, l’aperitivo prima del Teatro e lo spaghetto dopo, il cinema al volo con gli amici. Per fare queste cose bisogna evadere. E non uso il termine così, per dire. Perché c’è una vera e propria forza, un’inerzia, che tende a catturarti e ad ancorarti qui. E’ come un enorme buco nero che con filamenti in apparenza collosi ti trascina sempre più al suo interno. Se all’inizio ti dibatti, poi col tempo ti lasci trascinare fino a non uscirne più. E il tuo orizzonte degli eventi diventa il tuo villaggio, il tuo rione, il tuo giardino.

L’epicentro di questo buco nero dev’essere nel negozietto di fronte al mio cancello. Quello che in un  libro chiameresti “emporio” perché ci trovi il sale, il preparato per budini, la pappa per il gatto e i lumini da morto. Un posto così stupefacente che, al mio primo acquisto, la cassiera ha aperto la confezione di guanti di lattice per misurarmeli e vedere calzavano bene.

Essendo di fronte a casa è comodo, estremamente comodo, ma cela al suo interno una trappola mortale: il banco del fresco. Il gestore e il suo assistente affettano il prosciutto come i carabinieri scrivono il verbale: uno lavora e l’altro, appunto, assiste. E’ la zona del super che un ex-urbano evita come Berlusconi i processi. Il capo affetta e posa con delicatezza il prodotto sulla carta. L’assistente, dopo istanti di religiosa attesa, copre fetta per fetta con l’apposito cellofan con la cura delle pie donne che rammendarono la Sacra Sindone. Tempo stimato per ogni fetta: 4 minuti. Ma non è un problema, perché intanto puoi parlare del tempo, ascoltare un po’ di Radio Serva, informarti sulla salute dei vicini e farti dare la ricetta del Prosciutto in gelatina. E non basta, perché le madame prendono poco, ma di tutto: un po’ di cotto, di crudo, di bresaola ….AHHHHRG!

Da Torinese con rigurgiti di Torinesità, la cosa mi sconvolge, così come vedere la coda al bancone che dalle 8 di mattina non fa che crescere e allungarsi. Improponibile vedere attendere il proprio turno (con pazienza e nonchalance, devo dire) non solo anziane nonnine e nonnini in attesa del prossimo cantiere, ma anche giovani donne, ragazzi, insomma tipologie umane allergiche a questo tipo di passatempo. Eppure il fenomeno si ripropone giorno dopo giorno, davanti al bancone si fa fatica a passare, tutti sembrano…soddisfatti? o saranno solo…rassegnati…o forse…catatonici??
Insomma, lì dentro ci dev’essere qualcosa di losco, i conti non tornano, dovrò scoprire cosa trattiene lì tutta quella gente.

Mi accomoderò (e non sto scherzando) sull’apposita panchina piazzata davanti al vetro, così nel frattempo guardo cosa comprare.

Passate a prendermi tra dieci anni, grazie!

Mammaimpreparata

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Mammaimpreparata con tutta la famiglia prima di andare all’emporio

Noi siamo un’azienda moderna

Noi siamo un’azienda moderna: le postazioni di lavoro sono condivise, o come amiamo dire sharate. Se arrivi tardi non ti siedi. Devi lavorare con qualcuno? Gli tieni il posto. Vuoi la tua piantina grassa sulla scrivania? Te la porti avanti e indietro tutti i giorni. Cassettiera? Chiediti perché le fanno con le ruote.

Noi siamo un’azienda moderna, ma così moderna che la nostra sede è dentro un raccordo della tangenziale. No, tu consulente non puoi parcheggiare dentro. E quindi? E quindi parcheggi fuori e ti attraversi la tangenziale a piedi. Se sei veloce ce la puoi fare. Si ce la puoi fare.

Noi siamo un’azienda moderna. Se lavori più di 8 ore non ti paghiamo gli straordinari perché  siamo come una famiglia: ci si da una mano. Vuoi un aumento? Non siamo una famiglia, non è un matrimonio…te ne puoi anche andare.

Noi siamo un’azienda moderna. E quindi dinamica. Ti chiudiamo la sede di Torino, ma ti vogliamo bene e quindi te ne apriamo una a Udine. Hai figli? Non importa, vieni a Udine. Hai una moglie che lavora qui? Non importa vieni a Udine. La tua vita è qui? Non importa vieni a Udine. Non farne un dramma: soltanto dal lunedì al venerdì. Ti puoi portare la cassettiera…ha le ruote.

Noi siamo un’azienda moderna ed efficiente. L’importante è consegnare nei tempi previsti. E se non funziona? Non importa, basta consegnare nei tempi previsti. Ma poi chi si smazza le grane? Tu…ma non è importante, basta consegnare nei tempi previsti.

Noi siamo un’azienda moderna. Dalla tua postazione di lavoro puoi usare Facebook e Twitter. Ma mi raccomando: parla bene dell’azienda….ti teniamo d’occhio.

Noi siamo un’azienda moderna. Non ti facciamo un contratto di  5 anni ma ti rinnoviamo 20 volte un contratto di 3 mesi…è la stessa cosa, no? In banca chiedi il mutuo e ti dicono che non è la stessa cosa? Non  li ascoltare. E dopo 5 anni… beh… vediamo.

Noi siamo un’azienda moderna. Ti diamo modo di fare esperienza con gli stage. Non pagati. Ma non essere troppo choosy.

Noi siamo un’azienda moderna. E quindi di respiro mondiale. Avremo sede legale in Olanda, sede fiscale in Inghilterra e saremo quotati sulla borsa di New York. Ah si …da Torino ce ne andiamo. Ma vedrai che anche il sindaco e l’ex sindaco della città ti diranno, bada bene disinteressatamente, che ti stiamo offrendo una grande opportunità.

Quale? Forse la risposta è in una canzone di Bennato del 1974. “In fila per tre”:

“A qualche cosa devi pur rinunciare
in cambio della libertà che ti abbiamo fatto avere
perciò adesso non recriminare
mettiti in fila e torna a lavorare…
e se proprio non trovi niente da fare
non fare la vittima se ti devi sacrificare
perché in nome del progresso della nazione
in fondo, in fondo puoi sempre emigrare…”

Alex

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Alex al lavoro in un’azienda moderna

La fede secondo Jim

Pieni anni ’80. Ho 9 anni ed è il giorno della mia prima comunione. Sono  stato battezzato a mia insaputa e non mi hanno spiegato che la comunione è un optional. Quindi eccomi al fatidico giorno. Poteva andarmi peggio: fossi un bimbo di qualche tribù africana magari come cerimonia di iniziazione dovrei stare nella giungla 7 giorni e 7 notti, cercando di catturare un leone.  Per me è più semplice,  mi basta sopravvivere a questa giornata.

E cosa c’è di difficile?

Giacchettina di velluto modello Bertinotti, pantaloni corti (sopra il ginocchio) anch’essi di velluto, calze di cotone traforato (di quelle che per togliere i segni dovevi usare una smerigliatrice), papillon con elastico ma soprattutto scarpette di vernice con laccetto. Le abbiamo  io e Dorotea del Mago di Oz. Le sue sono rosse ma le mie, quando cammino, fanno

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dandomi  l’idea di richiamare l’attenzione di tutti. Mi sento un incrocio tra un tirolese e un amish e ho le scarpe di Fred Astaire quando ballava il tip-tap.

Ecco cosa c’è di difficile.

Stiamo percorrendo la navata centrale della chiesa in fila indiana e abbiamo tutti un cero acceso in mano. I maschietti vestiti più o meno come me. Le femminucce, agghindate da piccole spose, sembrano tante piccole meringhe bianche in fila. Insomma non sono sicuramente la cosa più eclatante da guardare ma

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tutto il mondo guarda me

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Vorrei sparire

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Mi lancio in uno dei rarissimi atti di fede della mia vita:

– Gesù ti prego aiutami.

Non penso realmente di essere ascoltato. E sbaglio. Non solo Gesù mi ascolta…ma lo fa in modo a dir poco eclatante. Matteo, Il bambino che mi precede, si distrae e accelera il passo finendo per urtare Katia davanti a sé. Katia ha lunghi capelli biondi vaporosi e Matteo un cero acceso in mano.

L’effetto è pirotecnico. I capelli di Katia fanno un’unica, grande, stupenda vampata. Katia urla, Matteo urla, tutti urlano.

– Signore…s’è appicciata la bambina!!!

Eeeee si. Perchè siamo a Torino ma pur sempre a Mirafiori Sud.

Alcuni adulti si lanciano in fretta e furia verso la bambina cercando si spegnere le fiamme. E’ bellissimo. Sembra di essere a pogare sotto il palco a un concerto dei Doors. Li avrei scoperti anni dopo, ma le note di “Light my fire” già mi risuonano in testa. E non nego che dietro le fiamme, sopra l’altare, mi par di intravedere Jim Morrison.

Le fiamme vengono domate e Katia ne esce illesa. Lei, la sua acconciatura meno: ora ha la frangetta sia davanti che dietro e i capelli più che biondi sono un po’ fumé . Il tutto ricorda vagamente l’aspetto di un nido. Io sono felice perché ora ho la matematica certezza che nessuno più sta guardando me. Potrei veramente ballare il tip-tap senza riuscire a sottrarre la scena ai capelli fumanti di Katia.

Lì si concludono i miei ricordi della cerimonia. Cosa ne è stato dei protagonisti della vicenda?

Beh Katia si fece tagliare i capelli a spazzola. Oggi fa l’avvocato, i capelli li porta ancora cortissimi e ha sposato un pompiere.

Matteo si guadagnò il rispetto di tutti i compagni di scuola come involontaria causa della meravigliosa vicenda. Non so se per senso di colpa o per vocazione ha preso i voti e ora fa il prete.

Anche in me, dopo quella vicenda, è nato un particolare legame con la fede: vado in chiesa ogni volta che sento il bisogno di pensare a Jim Morrison.

E a Gesù, forse, dovrei chiedere aiuto più spesso.

Alex

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Ecco la visione del piccolo Alex

Non sono una signora…

Il mio ufficio ha traslocato.

Regime di austerity, contenimento delle spese etc… E così sono passata da un locale fantastico  con vista panoramica  in centro,  al sottoscala di una cantina. Come passare da Sex and the city a Prison Break, da Brad Pitt a Danny De Vito, dalle Maldive a Milano MarittimaPessimismo e fastidio. Prima  dalla finestra vedevo l’impagabile silhouette della Mole, ora un muro stile Vallette (carceri torinesi). Qualcuno prima di me ha  provvidenzialmente  segato le  grate  della  finestrotta della mia nuova residenza diurna  (beato lui che è riuscito a evadere); da questa,   posizionata più in basso rispetto al livello stradale,  intravvedo  intrigantissimi  copertoni d’auto:  impossibile aprire le ante  se non voglio farmi  una bella dose ci Co2.  Depre depre depre e ancora depre. Fossi maschio mi consolerei almeno  ammirando le instancabili  gambe delle  “libere imprenditrici” che passeggiano sul marciapiede di fronte….eggià, perché la zona è rinomata  e conosciuta per essere fornitrice di servizi vari. Non ci facciamo mancare nulla noi. La cosa buffa è che è così frequente vedere queste signorine andar su e giù per il corso,  che se anche solitamente te ne vai in giro vestita in scarpe da ginnastica e giubbottino sfatto come me, non ti puoi attardare un attimo sul marciapiede, che qualche auto di sicuro si ferma.

Secondo giorno di lavoro a Prison Break, evado verso le 18. Faccia rossiccia per le inalazioni di anidride carbonica e  coglioni a terra, aspetto davanti all’uscita del mio carcere  che Alex, sempre in ritardo, mi passi a prendere.  Un’auto  rallenta, il conducente mi guarda (no, non è Alex, la sua auto è più  sgraruppata), accosta, si ferma. Abbassa il finestrino e mi biascica qualcosa. Sui 50, panzuto, pelato, occhio acquoso…laido. E  io, dall’alto dei miei trentacinque  passati da un po’ penso, candida come una rosa di maggio, che mi stia chiedendo un’informazione. Mi avvicino quindi  e chiedo “come scusi?”  E lui ” quanto vuoi bella?”. Avrei voluto insultarlo, scaraventargli dietro tutto il fornitissimo armamentario di improperi che da anni alimento e  custodisco in segreto nell’attesa di trovare l’occasione giusta per  scaricarlo,  come valanga di letame, dritta nella bocca del malcapitato di turno; mille possibili risposte che   mi si accavallavano nella mente:

– La risposta offensiva “La stessa tariffa di tua madre”….ma sua mamma poveretta…che c’entra?

– La risposta Pretty Woman “Una Ferrari grigio metallizzato, un attico, 25000 euro in anticipo e poi 5000 euro l’ora”…ma se poi risponde “ok va bene”?

– La risposta destabilizzante “Non è un problema di soldi…..a proposito mi chiamo Nicola”

– La risposta d’azione “Sono della buoncostume, scenda subito dall’auto e metta le mani sul cofano”… ma se poi ci crede mi tocca perquisirlo?

Ma non ce la faccio… lo guardo e, digrignando tutti e 32 denti, gli dico l’unica cosa che mi riesce:

“Io non sono una mignotta. E tu, ometto, mi fai schifo”.

Penso che si incazzerà, penso che mi manderà a quel paese. E invece no. Con una gentilezza inaspettata ma tutto sommato gradita, risponde imbarazzato: “Mi scusi signorina”. E se ne va. E io candida come una rosa di maggio, pure.

Meli

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Una libera imprenditrice

 

China hair

Alla fine ci sono caduta anche io. Per anni ho cavalcato orgogliosa il mio scetticismo non scevro da   un tantino di puzzetta sotto il naso.  Poi, vinta dal portafoglio piangente e dai miei capelli sempre più socialmente  improponibili  (… avete presente la barbetta delle capre? ), prendo il coraggio a due mani ed entro titubante  dal parrucchiere.  Cinese.

In effetti le attività cinesi hanno letteralmente colonizzato Torino negli ultimi anni: bar, banchi di Porta Palazzo, pizzerie, ristoranti di similsushi e altri negozi immensi che vendono di tutto, ma proprio tutto;  una volta sono entrata in uno di questi bazar sconfinati per comprare un cacciavite e ne sono uscita con: 4 lampadine, uno specchio, un paio di pantofole pelose, una paio di collant, un cappottino per il cane, un mazzo di fiori finti,  una teiera e una boccia per il pesce rosso. Non ho un pesce rosso  e nemmeno  un cane.

Il primo impatto entrando nel cinoparrucco è traumatico, e anche il secondo.

Mobili essenziali : 2 lavabi, 4 sedie del per la piega data 1980; capelli tagliati sparsi sul pavimento  un po’ ovunque mescolati con quelli che sembrano rotolini di polvere, datati 1980 anche loro;  per l’attesa un divanetto  sfondato, e stop.  Niente espositori di intrugli magici miracolosi, niente gigantografie di avvenenti modelle capellute; un cartello scritto a mano sul lavabo rassicura  “solo prodotti italiani “. E visto che anche le più comuni marche di shampoo da supermercato italiane non sono, mi chiedo che intendano. Shampoo Barilla? Balsamo Lavazza?

Nonostante la poca attrattiva, il locale è pieno. Sembra di stare all’aeroporto, partenze internazionali: 2 rumene, 3 albanesi, 1 sudafricana con figlio legato alla schiena, una signora anzianotta dalla nazionalità incerta. Cinesi non ce ne sono. Come al ristorante cinese. Mai che vedi un cinese mangiare. E un dubbio mi assale…

Devo dire che io non sono di natura schifiltosa. Sono stata spesso  all’estero, ho dormito in  posti dove avevo scarafaggi a tenermi compagnia e mangiato cibi poco identificabili ( ora che ci penso forse erano i miei zampettanti compagni notturni). Ma il preconcetto è una dura bestia. E se in Turchia mi sono ingolfata di Kebab ( e che buono che era) qui, sotto la Mole, l’idea di papparmelo non mi seduce per nulla.

L’attesa dal cinoparrucco  è poca. In 5 minuti  i miei capelli vengono strofinati  da una shampista con la foga degna di Bruce Lee mentre fa l’urlo di Chen, che prende lo shampoo da un enorme flacone del tutto anonimo. Non pongo domande, in alcuni casi è meglio non sapere…

Passo quindi al  phon, o meglio un aggeggio che all’apparenza è un phon, ma dopo l’accensione di svela essere il motore un Boeing747 al decollo. Chiudo gli occhi e, mentre spero che non mi volino via i capelli, stimolata forse dal rumore dell’aereo faccio finta di atterrare alle Maldive, in una ventosa giornata di mare e sole. Sento la spazzola poco educata della cinoparrucchiera che tira, avvolge, ritira e riavvolge.  A questo punto sono sicura che i miei capelli mi abbandoneranno  per sempre, e già mi preparo  le parole di commiato che dirò loro, quando  la phonatrice folle mi desta dai miei sogni chiedendomi “ piastla?” , come al ristorante mi chiederebbero “ caffè?” . “Si grazie” le dico “con un goccio di latte freddo a parte se possibile”.  Prende una piastra da un cassetto, finisce di lisciarmi i capelli e non sapendo poi  dove riporla visto che è rovente, senza grossi problemi  l’appoggia  a terra.

Devo dire che il risultato della piega  non era male. Tempo di attesa:  15 minuti; costo totale 8 euro per un viaggio Torino-Maldive insieme a Bruce Lee. Paura: tanta.
Ps: i capelli li ho ancora.

Meli

Bruce_Lee

La shampista mentre si appresta a massaggiare i capelli di Meli.