Si tromba? Si scopa? Si fa sesso? Che si fa?

Quanti sinonimi esistono per indicare l’atto di…

Scopare. Volgarotto. Va bene se ne parli con gli amici “quella me la sono scopata”. Lo dici alla trombamica “scopiamo?”, non alla fidanzata a meno che non sia molto easy

Trombare. Molto musicale e festaiolo. Sa di esplosione di giubilo, come se dopo l’orgasmo partisse la banda a suonare la Marsigliese.

Fare sesso. Un po’ distaccato ma onesto. Fa un po’ Rocco Siffredi durante un’intervista a Donna Moderna.

Fare l’amore. Pressoché desueto. Lo diceva Dante a Beatrice (che infatti non gliel’ha data mai). Utile, quanto obrobrioso, nell’educazione sessuale dei figli “Mamma e papà si vogliono bene e poi fanno l’amore”. “Sì papà, ma alla fine trombano?”

Fare all’amore. Assolutamente desueto. Manco Dante a Beatrice. Solo Baglioni potrebbe riuscire a metterlo in una canzone…che parla di Rosy Bindi. Dà l’idea che entrambi si stia lì a fare altro…all’amore.Come Patrick Swaize e Demi Moore in Ghost che, invece di scopare, erano lì a fare un vaso. Facevano all’amore?

Chiavare. Volgare. Roba da Tinto Bras. L’idea del chiavare è che, pur avendo la chiave, la serratura la forzi. Da non usare con la donna che ti vuoi chiavare. Amica, trombamica, fidanzata, moglie che sia.

Fottere: Volgarissimo. Lo si usa solo riferito a terzi “se l’è fottuta”. Terminologia da racconti di discoteca, sotto l’effetto di stupefacenti. Non per niente sinonimo di “rubare,”ingannare”

Avere rapporti completi. Lo puoi sentire detto da un ginecologo o leggerlo su una lettera di “Cioè”  Altrove mai.

Ciluare. Dialettale.. Come per “fottere” esiste la connotazione negativa del “rubare/ingannare”. Da ciulare deriva però la “ciulatina”: scopata in scioltezza, senza impegno, che mette allegria.

Farlo. Linguaggio da confessione: “Dimmi figliolo, l’avete fatto?”, “No padre ci siamo solo toccati. Purtroppo”. Distaccatissimo e spesso riferito solo alla prima volta.

Analogo, ma più fatalista “andare fino in fondo”, come a indicare l’agnognata fine della fase in cui al massimo si limonava duro.  “Avete limonato?”, “No, siamo andati fino in fondo”. Potrebbe dirlo Candy Candy.

Pucciare il biscotto. Un po’ rustica come espressione, ma mai immagine fu più efficace. Alla fine quasi poetica…come finisse tutto a tarallucci e vino. Utilizzata tipicamente nei discorsi maschili, tale espressione è stata celebrata in una bellissima canzone di Elio e le Storie Tese

Darla.Un grande classico “Me la dai?”, “Gliel’hai data?”. L’esempio di sineddoche (una parte per il tutto) più utilizzato nella storia dell’umanità. Non esiste il corrispettivo maschile “Me lo dai?”. Sarebbe puramente pleonastico

Andare a letto. Molto politically correct. Suona come “andare a tavola”. Che poi si vada a mangiare o a giocare a scopa (appunto) non è dato di sapere.

Congiungersi carnalmente. Peccaminoso a priori. Come rubare o mettersi le dita nel naso. Quindi non si fa.

Insomma. La parola giusta, che esprima allo stesso tempo coinvolgimento, rispetto e amore, manca. Quindi, nel dubbio, lasciamo che i peni entrino nelle vagine e non pensiamoci più.

Alex

ghost

Patrick e Demi mentre fanno all’amore

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Cinque validissimi motivi per andare all’Expo di Milano

1) L’Expo di Milano è a Rho. Ridente località lombarda famosa perché nel 2015 ci fecero l’Expo. Non fosse sulla tratta Torino-Milano nessuno fino ad oggi avrebbe saputo della sua esistenza. Un po’ come la Kamchatka, conosciuta solo perché c’è nel Risiko

2) Stufi di pagare per mangiare? All’Expo potete fare di più: potete pagare per poter pagare per mangiare. Geniale vero? Un po’ come mettersi il profilattico per poter mettere il profilattico per fare sesso…passa la voglia. Il vantaggio è che un profilattico non costa 39 euro. Il biglietto dell’Expo invece si.

3) Dal sito ufficiale: “Expo Milano 2015 offrirà a tutti la possibilità di conoscere e assaggiare i migliori piatti del mondo e scoprire le eccellenze della tradizione agroalimentare e gastronomica di ogni Paese”. E quindi avrete la possibilità di assaggiare cibi sconosciuti e introvabili di ogni parte del mondo. Alcuni esempi?

Le Fajitas messicane, il Sushi giapponese e il Big Mac americano.

Nello stand della Cina potrete mangiare involtino plimavela, lavioli gambeli e glappa losa (in omaggio un simpatico calendario a forma di ventaglio)

L’Ecuador porterà un frutto tropicale a noi sconosciuto: la banana. Il Brasile una bevanda chiamata “caffè”.
Ci sarebbero state anche due grandi anteprime mondiali: la patata e il pomodoro. Ma la sorpresa è stata rovinata da una fuga di notizie, avvenuta tra il XV e il XVI secolo, dovuta a Cristoforo Colombo e ai conquistatori spagnoli.

4) Ma chi sono le aziende partner e sponsor dell’evento? Semplice: tutte aziende che, per loro natura, riempiono di profondo significato lo slogan dell’evento “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Tipo Samsung, Intesa Sanpaolo, Tim,Coca Cola, McDonald’s, Eni, Enel, Fca. Ogni commento sarebbe di troppo. Tra gli official Partners c’è anche la Regione Sicilia. E le altre regioni? No, solo la regione Sicilia. Quanto meno buffo.

5) Ma soprattutto, andare all’Expo, significa far parte della storia, lasciare qualcosa che sopravviverà a noi e alla nostra epoca. Perché se eri a Parigi anel 1889 ai tuoi nipoti hai potuto raccontare “Io c’ero quando è stata costruita la Torre Eiffel”. Perchè se eri a Washinton nel 1876 hai potuto raccontare “Io c’ero quando è stato costruito lo Smithsonian Institution”.
E se sarai a Milano, anzi a Rho, nel 2015 potrai raccontare “Io c’ero quando avrebbe dovuto essere costruito l’albero della vita”.
E tuo nipote: “Nonno ma di che cazzo parli?”

Alex

Expo2015

Il duomo di Milano, simbolo dell’Expo di Rho

La “vena” romantica

Tutti gli uomini hanno una vena romantica. Ed è quella che unisce il cuore all’uccello. Un tubo diretto, sempre aperto. L’esistenza della vena romantica ha come effetto la completa incapacità dell’uomo di distinguere tra gli impulsi sessuali scatenati  dal suo Gulliver e i sentimenti dettati dal suo cuore. Sono un tutt’uno inscindibile. Detto in altre parole: se diventa duro è amore. Stop.
In questo processo di innamoramento, il cervello dell’uomo non ha alcun ruolo. Di conseguenza, anche il neurone contenuto al suo interno, sta lì, solo, ramingo e sconnesso come la particella di sodio dell’acqua Lete. L’unica differenza è che quando urla “Uuuuu…c’è qualcuno?”, non si percepisce silenzio, ma solo il suono ripetuto di antichi versi d’amore che, dalla pubertà in poi, riecheggiano immutati nella sua mente::

tette culo sesso tette culo sesso tette culo sesso tette culo sesso tette culo sesso tette culo sesso tette culo sesso tette culo sesso tette culo sesso tette culo sesso ….

Eppure a volte un uomo sa andare oltre. Sa spremere il neurone, liberare la vena romantica, mettere a tacere i versi d’amore tetteculosesso, liberarsi dall’espressione tipica di una mucca davanti ad un’equazione, che tanto gli viene naturale in presenza di femminea bellezza, e scrivere parole come quelle di Dante, romantiche per davvero:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Versi d’amore dolci e celestiali. Ma Beatrice l’ha data a Dante? No. E allora valeva la pena sbattersi a scriverli solo per far vedere ai posteri quanto si può essere romantici? No. Forse è meglio essere veri , diretti e beceramente uomini. Se l’avesse fatto anche Dante, avrebbe scritto:

Beatrice, calati la mutanda che parliamo d’amore.

Non so se Beatrice gliela avrebbe data. Ma i posteri avrebbero apprezzato

Alex

lete

La vera storia di un uomo d’azione, d’azione semplice, non di cultura

Parigi, estate del 1911. Vincenzo è un imbianchino di origini italiane emigrato in Francia per lavorare.  Assunto dalla ditta del signor Gobier, lavora nel museo del Louvre, insieme ad altri operai, con il compito di pulire i quadri e coprirli con cristalli. Come un buon marito durante le pulizie di Pasqua.
E’ il 21 agosto, un lunedì, giorno di chiusura del museo. Vincenzo si alza molto presto quella mattina perché vuole rubare la Gioconda. Ha un piano? Sì: entrare nel museo, staccarla dal muro e portarla via. Un piano così cretino non lo si vedeva dai tempi in cui Annibale decise di attraversare le Alpi con gli elefanti. Ma Vincenzo pensa che la forza del suo piano sia proprio la semplicità. E quindi si reca al Louvre, entra dall’ingresso Jean Goujon, va nella sala in cui si trova il quadro, lo stacca dalla parete, toglie la cornice ed esce nascondendo la preziosa tela sotto la giacca. Nessuno lo vede.
Fine. Il piano, per quanto cretino, ha funzionato. Come quello di Annibale.
Ora è fuori dal museo, ha la Gioconda sotto la giacca e cosa fa? Quasi a rimarcare questo suo “stile” improntato sulla semplicità, non solo prende l’autobus ma lo prende nella direzione sbagliata. Non si scompone; scende alla prima fermata e resosi conto che di autobus non è tanto pratico, chiede un passaggio.  Con la Gioconda sotto il braccio tipo baguette.
La casa di Vincenzo è una stanza in  rue de l’Hopital Saint Louis. E’ molto umida e lui teme che l’umidità possa rovinare il quadro. Allora esce di casa e, raggiungendo il paradosso, va da un amico, che si chiama come lui e che abita nello stesso palazzo, e suona il campanello. Non ci è dato di sapere cosa si siano detti i due…ma immagino qualcosa tipo:

– Vince’…mi puoi tenere questa tela per qualche tempo?
– Ma certo Vince’. Ma dove l’hai presa?
– In edicola. C’è la raccolta “I grandi quadri della storia”. In omaggio col primo numero c’era la Gioconda e il raccoglitore.

L’amico gli crede. Meraviglioso. A quel punto il nostro Vincenzo torna a casa, costruisce una scatola di legno sotto al tavolo per custodire il quadro e dopo qualche tempo se lo va a riprendere e ce lo mette dentro. La Gioconda sparisce e per anni non si hanno più sue notizie.La casa di Vincenzo viene anche perquisita, ma i gendarmi francesi non guardano sotto il tavolo e lui la passa liscia. La storia potrebbe finire così. Vincenzo a quel punto poteva pure appende la tela in casa e godersela la sera. Fanculo l’umidità. Ma no, non è il tipo. Lui è un uomo d’azione, d’azione semplice, ma pur sempre d’azione.
Autunno 1913. Alfredo Geri, un collezionista d’arte fiorentino, decide di organizzare una mostra d’arte nella sua galleria. Mette un annuncio sui giornali e chiede ai privati di prestargli delle opere. Chi risponde? Vincenzo! Poteva farsi i cazzi suoi, ma no. Scrive e propone la vendita della Gioconda a patto che poi venga custodita in Italia. Astutissimamente si firma con un nome falso: Monsier Léonard V.
Alfredo Geri gli risponde “va bene”, si danno un gancio a Firenze, Vincenzo si presenta all’appuntamento ma trova i carabinieri, che, più furbi dei gendarmi francesi, lo arrestano, insospettiti da quella tela che teneva sotto il braccio tipo baguette. Lui prova a ingannarli con la storia della raccolta di quadri comprata in edicola, ma non gli credono.
Viene processato nel giugno del 1914 e condannato a un anno e 15 giorni di prigione. La pena viene poi ridotta a sette mesi (come capita a tutti tranne che a Fabrizio Corona). Il giorno in cui esce dal carcere, trova ad accoglierlo un gruppo di studenti fiorentini che gli danno il risultato di una colletta fatta per il patriottismo che ha dimostrato: 4500 lire. Una cifra enorme. Vincenzo partecipa alla prima guerra mondiale e finisce in un campo di prigionia. Dopo la guerra, nel 1921, sposa Annunciata. Anche a questo punto la storia potrebbe di nuovo finire così. Ma ancora no. Vincenzo non riesce a vivere sereno e farsi i cazzi suoi. Quindi falsifica i documenti, sostituendo il suo nome con Pietro, e dove va a vivere? A Saint-Maur-des-Fossés, un paese vicino a Parigi. Nel 1924 nasce sua figlia Celestina. Per tutta la vita, da tutti, sarà chiamata Giocondina. E qui la storia finisce per davvero.
Perché rubò la Gioconda?
Vincenzo Peruggia passò la vita a dichiarare di averlo fatto per patriottismo.Disse che non poteva tollerare che un quadro italiano fosse stato sottratto da Napoleone e portato in Francia. Morì nel 1925. La domanda è: avrà mai saputo che la Gioconda non è stata sottratta da Napoleone ma fu portata in Francia dallo stesso Leonardo?
Non lo so ma non è importante. Del resto Vincenzo era un uomo d’azione, d’azione semplice, non di cultura.

Alex

Vincenzo_peruggia

IKEA per lui, IKEA per lei.

Perchè un uomo va da IKEA la domenica pomeriggio?

Nessun uomo libero e sano di mente metterebbe mai piede da IKEA la domenica pomeriggio. Ma se vai da IKEA la domenica pomeriggio è pieno di uomini. Tutti hanno al fianco una donna e questo li rende o non liberi, o non sani di mente. E infatti sono tutti caduti nella trappola bastarda che si cela dietro una frase apparentemente innocua, tipo

– Amore…facciamo un giro da IKEA? Voglio solo comprare 6 bicchieri da usare tutti i giorni.

La parola “solo” è evidentemente il cardine della trappola.

Come vive l’esperienza di IKEA un uomo?

Con consapevole rassegnazione. Egli sa che non potrà andare da IKEA, prendere i 6 bicchieri e uscire. Ma dovrà vedere cucine, salotti, poltrone, sedie, lavatrici, frigoriferi, scrivanie e scopini del cesso a forma di maiale. D’altra parte, anche dalla donna che ha al suo fianco voleva una sola cosa. Ma ha dovuto sposarsi, fare un mutuo e arredare la casa con cucine, salotti, poltrone, sedie, lavatrici, frigoriferi, scrivanie e scopini del cesso a forma di maiale. IKEA è la metafora della sua vita.

Perchè una donna va da IKEA la domenica pomeriggio?

Per comprare 6 bicchieri da usare tutti i giorni.

Come vive l’esperienza di IKEA una donna?

Una donna che entra da IKEA subisce una serie di modificazioni celebro-fisiologiche assai complesse. Ecco le più note:

Privazione delle forze negli arti superiori. Qualsiasi sacchetto, lampada, incudine, armadio li può portare solo l’uomo. Le mani di lei hanno giusto la forza di indicare le cose da prendere e sostenere il fogliettino e la matitina.

Ingegnerizzazione. Anche donne che fino a prima di entrare non sapevano quanti centimetri ci fossero in un metro e che pensavano che i tasselli fossero i cuccioli dei tassi, improvvisamente si siedono su una sedia a caso e, brandendo la matitina, tracciano sul fogliettino il progetto per la nuova cucina, in assonometria isometrica, con tanto di quote con le misure. Sbagliate ma ci sono. L’immagine prodotta è ingrandibile e ruotabile come se fosse su un iPad. E quella cucina diventa la loro ragione di vita. Lei misura quella cucina in numero di volte in cui potrà accenderci il Bimby dentro per cucinare. Lui la misura in numero di giri da fare con la brugola per montarla. A conti fatti vengono circa 1.000.000 di giri per ogni cena preparata col Bimby. Conviene andare al ristorante. Costa meno ed è già montato.

Salmonizzazione. Si verifica nel momento in cui lei decide che bisogna tornare indietro nel percorso guidato, risalendo il flusso di persone in contromano, come i salmoni, per prendere qualcosa che è stato visto 20 minuti prima. E risalire il flusso di persone la domenica pomeriggio è giusto un po’ più complicato che andare sotto al palco ad un concerto dei Metallica e cercare di convincere tutti a fare un coro gospel. Eppure lei, con la determinazione di un cane molecolare, arriva all’obbiettivo, trascinando l’uomo mediante apposito anello fissato al naso, tipo bue che tira l’aratro tra gli scaffali Billy.

Interessamento per l’inutilità. L’esempio classico: il pacco di lumini da 100. Che è eccessivo anche se fai parte delle Bestie di Satana e tracci pentacoli coi lumini ai giardinetti in tutte le notti di luna piena. Eppure IKEA rende irresistibili al cervello di lei cose talmente idiote che, appena esce, le guarda e le butta in un cestino del parcheggio prima di arrivare alla macchina. I dipendenti, alla sera, le raccolgono dai cestini e le rimettono in vendita in modo che lei possa ricomprarle alla volta successiva.

All’uscita:

– Amore, abbiamo dimenticato i bicchieri
– Pazienza cara, beviamo nei lumini
– Vero. Andiamo a comprare il Bimby?

Alex

BORSA_IKEA

 

Classificazione delle cene natalizie. E altre brutture del Natale

La cena con gli amici che vedi sempre. Fatta con gente che vedi 415 volte l’anno ma, per un tacito quanto ipocrita accordo, l’atteggiamento di tutti deve essere quello di persone che non si vedono da anni e non si rivedranno per anni. Altrimenti che cazzo ci si vede a fare?
Discorsi tipici: gli stessi che hai fatto il giorno prima e che farai anche il giorno dopo. Con le stesse persone.

La cena con gli amici che non vedi e non senti mai.  E se non li vedi e non li senti mai un motivo ci sarà, no?
Discorsi tipici: si enunciano le motivazioni per cui, nonostante ci sia una reciproca, continua, vigorosa, evidente voglia di vedersi non si riesce a farlo. Ci si accomiata con frasi tipo “ma non aspettiamo un anno per rivederci” e si pensa “aspettiamone almeno due”

La cena coi colleghi. Li vedi 8 ore al giorno per 200 giorni l’anno. Molto più dei tuoi figli o dei tuoi genitori. Doneresti un testicolo per stare a casa sul divano (cosa che ti salverebbe massimo per due anni)  ma, data la presenza del tuo capo, non solo sei presente ma sei anche affabile come un koala sotto ipnosi e ostenti un sorriso grande come Piazza Navona. Fontane incluse.
Discorsi tipici: sono una composizione estesa delle frasi da ascensore. Quelle formate da tre parole che si dicono per alleviare il disagio creato dalla vicinanza di un estraneo (fa proprio freddo, è già Natale, i figli crescono)

La cena dell’associazione/circolo legato al tuo hobby. E’ quella in cui conosci i mariti e le mogli dei tuoi amici. E allora finalmente capisci perché trovino qualsiasi scusa per stare fuori casa ad ogni costo.
Discorsi tipici: tutti legati all’hobby in questione. Per evitare matrimoni in frantumi sono rigorosamente da evitare domande quali “Come mai al giovedì non vieni mai?”

La cena (o pranzo) di famiglia. In ogni pranzo o cena natalizia di famiglia sono identificabili dei denominatori comuni:

– A fine pasto ci sono i litchi e/o i mandarini cinesi. Come fosse un’antica tradizione italiana. Li vedi solo e soltanto a Natale e Capodanno e ogni volta che tocchi un mandarino cinese qualcuno sente il bisogno di dire “si mangia anche la buccia”. Anche perché…come cazzo li sbucci?
– C’è sempre una vecchia zia/nonna che da 20 anni pensa di avere 30 anni e ti confonde con suo fratello. Mangia mandarini cinesi come non ci fosse domani perchè “le ricordano la sua giovinezza”. Nel 1930 i mandarini cinesi erano evidentemente diffusissimi
– C’è un’altra zia o nonna che ti regala un maglioncino marrone. Uno l’anno. E infatti hai 40 anni e anche 40 maglioncini marroni inutilizzati nell’armadio.

Discorsi tipici: molto vari, purché le più serie e imbarazzanti questioni morali e personali vengano sbattute sul tavolo, tra i mandarini cinesi,  sotto gli occhi di tutti. Frasi come “perché non vi sposate?”, “perché vi siete sposati?”, “quando ci fate diventare nonni?”,”sei incinta o sei solo grassa?” sono all’ordine del giorno.
Il pranzo/cena di Natale con la famiglia ha un unico, grande pregio: è l’ultimo. Almeno fino all’anno successivo.

Alex

litchi

Una franca opinione su Vasco Rossi

Se hai 40 anni, sei Italiano ed hai ascoltato musica, con Vasco ci sei cresciuto. Volente o nolente. Non è stata una scelta. Alla gita di terza media qualcuno aveva una cassetta di Vasco e ha chiesto all’autista di metterla nel mangianastri del pullman. Faceva figo e doveva piacerti. Stop. E doveva piacerti da Torino a Roma, e ritorno. Non sono 10 minuti. Bene, dopo 30 anni hai le stesse canzoni in mp3 sul portatile. Cazzo ma le stesse, proprio quelle! Ma Vasco lo ascolti ancora?
No. E non lo ascolti per lo stesso motivo per cui non ripeti il tuo nome e il tuo cognome in continuo. Li sai già, e bene; non ne hai bisogno. E lo scopri il giorno in cui esce il suo nuovo singolo e tu, senza averlo mai sentito prima, lo canti insieme a lui. E non sei Vasco; di questo ne sei sicuro. Infatti talvolta sbagli mettendo degli “eeeeeeeeee” dove lui dice “aaaaaaaaaaa” e viceversa.
Ma, se lo intervistano in TV, ti fermi a guardarlo ipnotizzato. E tua mamma, come da 30 anni a questa parte, ti guarda e ti dice “…ma lo ascolti ancora? Non si capisce un cazzo di quello che dice!”.
E finalmente, dopo 30 anni, cogli il segreto di Vasco e hai la risposta in mano, quella giusta da dare alla mamma, quella che anche a te fa capire perché lo ascolti affascinato:
“Mamma, è proprio quella la sua grandezza: che non si capisce un cazzo!”.
Già. Fans mantenete la calma e siate,anzi siamo, obbiettivi.
Vasco,se capisce la domanda, ride. Se la capisce. Ma poi non è che risponde. Parla. Parla a caso di quello che aveva nel cervello, a caso. Cervello prodigioso, dal momento che ha partorito le parole “la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia” ma è anche lo stesso cervello che, nelle interviste, produce frasi in cui, se levi le espressioni “hai capito?” e “eeeeeeeeeee”, non resta nulla. Ma nulla nulla.
D’altra parte, dai meandri dello stesso intelletto, è uscito “i bambini dell’asilo stanno facendo casino, ci vuol qualcosa per tenerli impegnati, ci vuole uno spino” (che forse aiuta a vivere la vita come un brivido). Ma tornando a noi, dove sta il pregio nel parlare in modo tale che non ci si capisce un cazzo?
Nella coerenza.
Perché se prendi un video di un’intervista di 30 anni fa, già non si capiva un cazzo. Esattamente come oggi. Vasco era, ed è, perfetto e immutabile. E soprattutto inattaccabile. Anche perchè quali opinioni attacchi? Non si capiscono.
E quindi? E quindi sul mio zainetto Invicta (esiste ancora l’Invicta?) c’era scritto “chi non capisce Vasco non capisce un cazzo”. Forse avevo ragione ma, tornassi indietro di 30 anni, aggiungerei sotto “sí, ma anche se capisci Vasco sono cazzi”.
Con immutato rispetto per il Komandante.

Alex

p.s.
Comunque Torino-Roma in pullman è lunghissima. Anche con Vasco

Vasco Rossi

Eeeeeeeeee…..

 

Buoni propositi

Seduta su uno sgabello di metallo e gommapiuma del bancone della paninoteca estraggo dall’involucro di carta oliosa l’hamburger del contenuto marroncino; e meno male che la pubblicità che promette “carne al 100%” … negli altri che ci mettono, segatura? Do un primo morso poco convinto. Sento sapore di formaggio e cipolla. La mucca 100% dev’essere fuggita nel frattempo.
“Lo chiamano hamburger chianina perché è fatto con cani chiatti che fanno ingrassare come le oche del foie gras?” Chiedo all’amico che mi siede accanto, cercando di intavolare uno straccio di discorso. Lui replica con un “Boh” mentre dà il terzo ed ultimo morso al suo secondo hamburger. Niente male come inizio di primo appuntamento. Quando si dice che la fame é brutta! E’ carino il tizio però e io immagino di essere al posto di quel panino terminato in tre morsi e non so se essere felice per la famelicità o preoccupata per il tempo di esecuzione.
Di sicuro contiene cipolla, quell’hamburger, tanta da mascherare sapientemente qualsiasi altro retrogusto non autorizzato. Sento perfide molecoline di cellulite annidarsi lungo i fianchi solo a guardarlo, quel panino. Dovrò fare tanta attività fisica, dopo. Ma soprattutto mi preoccupo di come parlerà me il mio alito onion flavor. In fondo è meglio così, vorrei dire qualcosa di unico e intelligente, ma sarà a causa della coca cola adulterata o delle molecoline di grasso che già sento intasarmi anche le arterie, che la mia mente è completamente alleggerita da qualsiasi pensiero che abbia un ben che minimo senso. E visto che mia nonna diceva che è meglio stare zitte rischiando di fare la figura delle stupide piuttosto che parlare e togliere ogni dubbio, mi appello al mio alito ormai improponibile come secondo ottimo motivo per tacere.
Intanto il tizio che mi sta accanto ora ha preso ad ingollare patatine come se non mangiasse da due giorni. Maledetta fame famelica, lo porterà all’infarto! Beh niente male per un primo appuntamento… In effetti ho visto di peggio. Poco loquace il ragazzo, ma affamato. Chissà se sotto le lenzuola… E non credo che resterò qui ad aspettare il suo infarto.
” Siamo quasi a capodanno e a capodanno si fanno sempre buoni propositi… il mio buon proposito per quest’anno sarà quello di pensare di meno, parlare di meno e …fare di più. E il tuo? ”
Chiedo in un impeto di speranzosa socievolezza.
“Io vorrei continuare a mangiare hamburger e patatine tutti i giorni, e anche il milkshake”
replica lui, distratto da questa improvvisa consapevolezza esistenziale.
”Il milkshake è importante!”
Per un attimo mi illudo del doppio senso della parola “milkshake”…Poi il tizio risucchia dalla cannuccia conficcata nel suo bicchierone di carta l’ultimo sorso di Fanta e ingolla una manciata delle mie patatine. Tutto contemporaneamente. E capisco che non c’è alcun doppio senso. Mi alzo dallo scomodo sgabello e mi congedo dal il mio accompagnatore mentre ha la faccia immersa nel suo adorato milkshake. Avrei voluto lasciargli il conto da saldare, ma quello lo avevo pagato io in anticipo.

Meli

hamburger

Se sei in pace col mondo non andare su Facebook

Se sei in pace col mondo non andare su Facebook, perché potresti scoprire che:

– La farina 00 è il più grande veleno della storia. Azz….mia nonna ha vissuto 105 anni ignorando questa profonda verità. L’avesse saputo? Era ancora a ballare la mazurca con mio nonno. Duecentotrenta anni in due, felici come pochi.

– La farina di manitoba fa malissimo. E se anche non sai che cazzo è la manitoba, sappi che è ovunque. Ma proprio ovunque. Va beh, ma se è ovunque ci sarà meno farina 00

– Video shock: “Guarda cosa succede se metti un dente, per 24 ore, nella CocaCola”. Innanzi tutto succede che poi ti manca un dente, perché te lo sei cavato per far l’esperimento. Ma soprattutto, ma come ti viene in mente di provare? E un dente nell’acqua e menta o nell’olio di colza, no? Ma perché non tenere le palle a mollo nel limoncello per 24 ore e vedere che succede?

– “Lo sai che la Nutella è composta per il 75% di zucchero?”. E tu che pensavi fosse a base di pasta d’acciughe e non ti spiegavi quel retrogusto vagamente dolce….

– “Non bere acqua in bottiglia. Contiene arsenico ed è cancerogena”. Ma anche: “Il calcare presente nell’acqua del rubinetto fa male”. E quindi? La bevo dalle grondaie quando piove? Ci troviamo a bere lungo Po ai murazzi davanti a Giancarlo? Ditemi, ve ne prego.

– “Secondo uno studio pubblicato sulla rivista open-access Microbiome scambiarsi un bacio di dieci secondi equivale, più o meno, a trasferire quasi 80mila batteri da una bocca all’altra”. Ma quanti baci di 10 secondi si danno in un giorno? Pochi, almeno che non si sia un 15 enne, in gita scolastica, seduto nell’ultima fila del pullman. Lì sì, che si limona duro.

– Quando da piccolo vedevi in cielo la scia di un aereo e dicevi “Qualcuno mi pensa”, ti sbagliavi. Come eri ingenuo, che idea poco credibile. La verità, assolutamente credibile, che ancora non conoscevi, è che le scie degli aerei sono chimiche e sono generate intenzionalmente dai governi mondiali, in combutta con le perfide multinazionali, allo scopo  di spargere agenti chimici sulle nostre teste. Il fine ultimo è quello di farci ammalare. Potrebbero spargere farina 00. O forse lo fanno ed è quella cosa che noi chiamiamo “nebbia”. Insomma, in definitiva, non sembra ancora più convincente la versione “qualcuno ti pensa”?

– I cerchi nel grano sono fatti dagli alieni. Ma certo, ovvio. Non può che essere così. Tu alieno fai parte di una civiltà che in migliaia di anni di evoluzione è arrivata a compiere viaggi interstellari, hai salutato i tuoi piccoli figli ET dicendogli che il padre sarebbe stato via per anni, ti sei fatto ibernare in una capsula criogenica, hai viaggiato attraversando la galassia per giungere là, dove nessun alieno era mai giunto prima, e che fai? Fai due freni a mano, col disco volante, in un campo di grano, lasciando due cerchi e te ne vai? Tipo suonare il citofono e scappare? Per vedere che faccia fa il contadino al mattino? Che delusione. Che ti aspetti da un alieno così burlone? Come minimo che se lo incontri, e ti porge il dito come ET, se glielo tiri scorreggia.
Speriamo che esistano altre forme di vita nell’universo, possibilmente più brillanti dell’alieno burlone scorreggione che fa i cerchi nel grano. Ma mentre le aspettiamo, non sarebbe utile scrivere meno cagate su Facebook?

Alex

ET

L’alieno porge il dito…..

 

Solo in Piemonte

– Un bimbo non lo si partorisce ma lo si compra.
– L’insalata si mangia nel grilletto
– Ci si sporca con la pauta.
Ciulando si fa sesso, o si ruba o si inganna.
– Si fanno le uova sode nel fuiotto.
– Se non hai voglia di ruscare, non vai in giro ma vai in girula
– Dopo il caffè c’è il pusacafè
– Qualcuno mangia il sanguis ma non si osa dirlo
– Se esci di strada puoi finire in una bialera o in una ciuenda
– C’è l’albero della gasia e qualcuno è verde come una gasia
– Si beve al turet
– In due, per pagare, si può fare mecia
– Puoi essere il nipote di barba Pinu e magna Cia
– Dicendo frocio magari stai solo parlando di tuo fratello
– Se  è bun’anima è sicuramente morto
– Sì  è stati tutti gagni e tutti i gagni hanno avuto almeno un babacio
– Ci si da appuntamento alla mezza
– Si può sbrinciare la maglia col sugo e spatarare le briciole per terra
– Si toglie la cracia
– Se vuoi spronare: “sah”.Se non ne vuoi più: “bon
– Si inizia con “ciao com’è”?
– Si lasciano due note di una sigaretta
– Nella bagna caoda si mettono i capinabò
– Ci sono le madame, le madamine e le tote (che possono diventare tutun)
– Si sta sotto la topia
– Si mangia nella piola
– Il muro può essere grutuluto
– Devi avere o le paterle o i patin per andare sul palchetto nel tinello
– C’è la ratavuloira, la boia panatera, il pitu e i babi. Meglio non star al pian dei babi
Giuanin Lamiera ha fatto venire su i Napuli (o Mandarin)
– Si mangiano i ramasin
– Si fa merenda sinoira
– Puoi prenderti un bel badò

D’ogni modo” concludo ringraziando mia nonna, bun’anima, per la meravigliosa espressione “Mangio un asinello d’uva” e mio nonno, anche lui bun’anima, per aver arricchito il mio lessico con una marea di appellativi con cui caratterizzare, all’occorrenza, le persone. Parole di antica quanto tagliente efficacia:  badola balengo,ciaparat,fafiuché,piciu  (meglio ancora piciu ‘d nata), paiasu, babaciu, fagnan, patelavache, blagheur, betè, ciamporgna (modernizzato in ciampa), ciospa, pepia, cuntabale, gadan, gasepio.

Belle nè?

Alex

Piedmunt