Per fare un tavolo…

Un tempo, in ambito lavorativo, si facevano le riunioni. Qualsiasi problematica veniva affrontato indicendo una riunione in cui venivano convocate tutte le persone che avevano una qualche competenza che potesse essere utile. Il risultato erano enormi, quanto inutili, sucatoni di ore,  condotti sulla base di un neolinguiaggio improbabile e orribile, fatto di espressioni come “problem solving”, “milestone”, “risorse umane”, “parallelizzazione delle convergenze”. E tutto era da fare ASAP (As Soon As Possible).

Preso atto dell’inutilità di questa sorta di festival sociolinguistici aziendali, ora ci siamo evoluti. Siamo andati oltre, laddove nessun uomo era mai giunto prima. La riunione è vintage, démodé, old style. Ora si fanno i, rullo di tamburi,  “tavoli di lavoro”.

Ma come si organizza un tavolo di lavoro? Dato un problema, si fa la lista di tutte le persone che hanno qualche competenza in merito. Le si esclude. Tra i rimanenti, tipicamente i responsabili di quelli che avrebbero le competenze, si scelgono, possibilmente un po’ ad minchiam, coloro che parteciperanno al tavolo di lavoro. Si ha così la garanzia che tutti i partecipanti non abbiano ben chiaro di che cazzo si stia parlando.

Oltre che per l’incompetenza dei partecipanti (che è la caratteristica basilare) il tavolo di lavoro si distingue per altre due peculiarità. La prima è che ha sempre e solo un unico esito: fissare una data per un futuro tavolo di lavoro sullo stesso argomento, per verificare eventuali, quanto impossibili, progressi. La seconda è che è ricorsivo: per decidere cosa dire a un tavolo di lavoro si può fare un tavolo di lavoro. Un po’ come nel film “Inception”, quello dei sogni dentro i sogni…

Per loro natura i tavoli di lavoro, alla ricerca di una sempre maggiore incompetenza, migrano verso l’alto nelle gerarchie aziendali. Vivono il momento di loro massimo splendore quando sono popolati unicamente da persone in giacca e cravatta. E’ infatti provato che l’uso della cravatta, provocando uno scarso afflusso di sangue al cervello, diminuisce le capacità intellettive e decisionali. Non per niente lo sposo porta sempre la cravatta…se no col cazzo che risponderebbe “sì”.

Ma allora, visto che la funzione dei tavoli di lavoro non è quella di fornire delle soluzioni, possiamo considerarli totalmente inutili? No. Hanno una funzione ben precisa: quella di togliere dalle palle gli incompetenti. Un po’ come nei film, che quando la moglie deve partorire il marito viene mandato a scaldare l’acqua; non serve a nulla ma lui si leva di torno e si sente utile. Stessa cosa per i tavoli di lavoro: a fronte di un problema tutti gli incompetenti spariscono e gli altri lavorano in santa pace. Del resto bisogna pure trovare qualcosa da fare alla dirigenza aziendale, no?

Infine: è proprio originale l’idea del tavolo di lavoro? Secondo me no. Furono due illustri “manager”, Sergio Endrigo e Gianni Rodari, a teorizzare nel 1974  l’organizzazione del tavolo aziendale. Lo fecero con una celebre canzone “Ci vuole un fiore”. Che recitava:

– Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero […….] per fare tutto ci vuole un fioooo-oooo-re.

Chiaramente quell’esempio era riferito a un caso evoluto. Il caso reale, odierno, suonerebbe così:

– Per fare un tavolo, ci vuole un tavolo, per fare un tavolo, ci vuole un tavolo […….] per fare tutto ci vuole un taaa-vooo-lo.

Alex

work_meeting

Tavolo di lavoro

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  1. zeusstamina

    Le riunioni di lavoro sono la cosa che più stimola la mia creatività artistica. Riesco a disegnare l’impossibile mentre vengono ripetuti concetti che non verranno passeranno mai da “teoria” a “pratica”.
    Il bello dei tavoli di lavoro è che hanno la finalità di “stimolare” le persone… ma finiscono per provocare dei picchi di suicidi che neanche il Natale e Capodanno da soli come un cane…

      • tiols

        Così triste che nel leggerti stavo piangendo. Dal ridere.
        L’ho subito girata ai miei colleghi e abbiamo stabilito che l’epicità del tuo post è stata raggiunta con 2 frasi particolari:
        “…si fa la lista di tutte le persone che hanno qualche competenza in merito. Le si esclude.”
        “…peculiarità. La prima è che ha sempre e solo un unico esito: fissare una data per un futuro tavolo di lavoro sullo stesso argomento…”

  2. graziaballe

    Fate come me! Io faccio sempre un cavolo di lavoro!
    Ho detto cavolo? volevo dire cavolo!
    🙂
    cazzate a parte mi sorgono 2 riflessioni (serissime eh?!?):
    la prima è che sei andato alla quintessenza con estrema lucidità, il che mi fa pensare che tu stia tra le persone che lavorano in santa pace out of the working table
    la seconda è che però hai scritto a zeusstamina che anche tu riempi fogli e fogli di disegni!
    =)

  3. altrirespiri

    tavolo di lavoro è un’espressione orribile
    già per questo andrebbe eliminata, insieme a tutto quel che che ci sta sotto, sopra, intorno… Così si potrebbe lavorare in pace senza nemmeno dover trovare questi espedienti.

    Io ho un capo che non sa fare il capo, ma mi esclude da ogni cosa che riguardi gestione, decisioni, cambiamenti, evoluzioni, quindi almeno sto in pace (e lavoro tanto e bene, che tanto non c’è nessuno che fa il mio al posto mio). Vengo semplicemente messa davanti al fatto compiuto.

    Il post mi piace assai 😉

  4. aliceoalmenocredo

    Da noi li chiamano “Gruppi di Lavoro”, ma essenzialmente sono la stessa cosa. Quando nasce un problema si crea un gruppo di lavoro, con le caratteristiche dei tuoi tavoli. A cosa poi lavorino questi gruppi di lavoro nessuno lo sa, di certo fanno un duro lavoro! In conclusione il problema resta, ma c’è chi sicuramente lavora per risolverlo… almeno così dicono loro!

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