Mario che correva più veloce del vento

Poche cose sono più soggettive della percezione del tempo. Il tempo dei giochi da bambini che è sempre troppo breve, e le ore al lavoro sempre troppo eterne. Eppure in  un attimo , clic. Fuggiti i  nostri 20/30/70’ anni.

Sono  in coda all’ufficio postale, infiniti numeri davanti al mio. Mi siedo e aspetto rassegnata. Ovviamente, tempo tre minuti, si alza il   nonnetto che si dirige scocciato allo sportello per verificare perché il suo numero non venga chiamato mai. Hanno fretta le persone anziane. E noi  “giovani” non riusciamo a spiegarci il perché.  Sono in pensione (fortunati loro, che noi la pensione…) e che avranno mai di urgente da fare dopo il giro del parco a far fare la pipì al cane?  Mario, il nonnetto,  si risiede accanto a me, anche lui rassegnato ora. Estrae una settimana enigmistica, compilata con caratteri minuti e decisi. Di sottecchi la sbircio, abbattuta dalla consapevolezza che io non sarei stata in grado di compilarne mezza.

“Scusi signorina, scusi se la disturbo. Mi saprebbe mica aiutare? Mi manca questa parola, la 3 orizzontale. La descrizione dice  “Il simpatico Neri”.

“Marcorè!”  rispondo io, felice di non aver beccato una domanda tipo “capitale del Kazakistan”.

E così  Mario, sinceramente colpito dalla mia culosissima prontezza di risposta, mi racconta la sua vita. Leva 1943. Inizia a correre all’età di 14 anni. Viene notato da un allenatore della FIAT che lo invita ad entrare in squadra. In Piemonte sui 1500 metri  non lo batte nessuno Mario. Lascia agli avversari l’illusione di vincere, poi accelera, negli ultimi 500, e brucia chiunque, correndo più veloce del vento. Potrebbe  andare alle olimpiadi, Mario, all’età di 17 anni. Ma gli piacciono troppo, nell’ordine: le donne, le moto, le sigarette. Così molla la corsa e si mette a  praticare nuoto e pugilato. Poi lo mandano al militare; entra nei paracadutisti come guastatore dove gli insegnano ad “uccidere in mille modi più uno”. Finita la naja diventa figlio dei fiori e con la bandiera  “Peace & Love” gira l’Europa a bordo della sua prima Harley. Sugli Champs Elysees conosce la meravigliosa Sophie, “dagli occhi di cielo”…ma  è il 1969 e Mario preferisce  andare a vedere Bob Dylan sull’ Isola di Wight, dove però non lo lasciano entrare perché non possiede il passaporto.

2014. Sala d’aspetto di uno squallido ufficio postale.E’ così triste Mario ora. Non ho il coraggio di chiedergli se abbia nipoti. Deduco di no, altrimenti mi avrebbe già mostrato orgoglioso le loro foto. E invece dal portafogli  ne estrae una sua,  a vent’anni. Bello come il sole, ciuffo ribelle sulla fronte. Sguardo da scipafemmine. Mi ricorda un giovane Morandi.

“Io sono invecchiato di colpo a 60’anni, quando ho avuto l’ischemia. Fino ad allora andavo a 50 metri sott’acqua e mi tuffavo dai trampolini. Di anni pensavo di averne sempre 20. Ora il dottore mi ha detto che  posso solo più camminare. Lentamente”.

E’ questa dunque  la percezione del tempo? Il tempo immobile che fugge, e accelera all’arrivo. Proprio come nelle gare dei 1500. Mario poteva correre più veloce del vento. Ma mai veloce quanto il tempo.

Meli

Isola di wight 1969. Si nota chiaramente la mancanza del signor Mario

Isola di wight 1969. Si nota chiaramente la mancanza del signor Mario

 

 

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  1. Bia

    Ma la coda era così infinita, che è riuscito a raccontarti tutte ‘ste cose? Guarda che nel frattempo hanno chiamato i vostri numeri, vi tocca ricominciare la coda daccapo!!! 😀

  2. Diemme

    Beh, diciamo che il signor Mario nella vita non si è annoiato e, tutto sommato, la vita gli ha dato molto. Poi arriva il giorno in cui le cose che abbiamo fatto non le possiamo più fare, e quelle che non abbiamo fatto non le potremo fare mai più, è così per tutti.

    A me piace ascoltare le persone, sono un’attaccabottone ma questa mia caratteristica mi dà l’opportunità di incontrare spesso persone così, ed ascoltare le loro meravigliose storie.

    D’altra parte, chi sa ascoltare vive più vite.

  3. aliceoalmenocredo

    Bivi, scelte, strade che si intraprendono e possibilità mancate. Vivere sempre, secondo quanto ci sembra avvicinarsi di più al vivere per noi. Eppure rifletto spesso su questo tema: l’eterna adolescenza. L’incapacità di vivere la vita in ogni suo momento, il sapere affrontare i cambiamenti del corpo e della mente accettandoli e prendendoli come spunto. L’idea immutabile di noi stessi, sempre uguali al nostro periodo d’oro. L’incapacità di cambiare, di staccarsi da quello che pensiamo di essere e di essere quello che siamo. Perché poi, nell’illusione dell’eterna adolescenza, perdiamo i nostri anni e la nostra vita adulta. Non so se sia un grande affare.

      • aliceoalmenocredo

        Sei riuscita a trasmetterlo questo rimpianto nel tuo post, ecco perché mi ha fatto pensare all’annoso dilemma. Anche io credo che, alla fine, non sia un grande affare. E’ più un ancora che ti tiene aggrappato al fondo dandoti un finto senso di sicurezza, ma ti impedisce di nuotare e scoprire quello che il mare riserva.

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